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La pelle del tempo



07/03 - 21/04/2024
Museo Carlo Bilotti Aranciera di Villa Borghese

Il progetto ripercorre l'identità storica e le trasformazioni dell'edificio dell'Aranciera di Villa Borghese attraverso una serie di dipinti che ricalcano le sovrapposizioni delle superfici murarie, la "pelle" della struttura architettonica, interpretandone le età della sua vita.

Le numerose trasformazioni subite dal palazzo nel corso dei secoli sono rievocate attraverso la stratificazione su tela di diversi pigmenti, mentre la matericità e la tattilità degli intonaci è resa attraverso l'utilizzo di carte e colle. Danilo Quintarelli, nato ad Avellino nel 1989, ha sviluppato una sua particolare ricerca pittorica incentrata sull'abbandono della forma dettata dal raziocinio per ritrovare forme di comunicazione inconsce. A cura di Andrea Guastella.
INFO

La pelle del tempo



07/03 - 21/04/2024
Museo Carlo Bilotti Aranciera di Villa Borghese

Il progetto ripercorre l'identità storica e le trasformazioni dell'edificio dell'Aranciera di Villa Borghese attraverso una serie di dipinti che ricalcano le sovrapposizioni delle superfici murarie, la "pelle" della struttura architettonica, interpretandone le età della sua vita.

Le numerose trasformazioni subite dal palazzo nel corso dei secoli sono rievocate attraverso la stratificazione su tela di diversi pigmenti, mentre la matericità e la tattilità degli intonaci è resa attraverso l'utilizzo di carte e colle. Danilo Quintarelli, nato ad Avellino nel 1989, ha sviluppato una sua particolare ricerca pittorica incentrata sull'abbandono della forma dettata dal raziocinio per ritrovare forme di comunicazione inconsce. A cura di Andrea Guastella.
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Senza la pelle non c’è corpo. È quest’organo plastico e sottile a individuarci, a tracciare i nostri confini nello spazio. Come ha scritto David Le Breton, “la pelle incarna la persona, distinguendola dagli altri; la sua consistenza, il colore, le cicatrici e le sue peculiarità (come i nei, ad esempio) disegnano un paesaggio unico”.

Tale paesaggio cambia con il tempo. Sottoposta alle insidie dell’età, e dell’ambiente in cui viviamo, la pelle è la protagonista di una metamorfosi invisibile a occhio nudo almeno quanto irreversibile e costante. Simile a un archivio, conserva le tracce della storia personale; “è come un palinsesto”, prosegue Le Breton, “di cui soltanto l’individuo possiede la cifra”. E non è tutto: fornendo all’apparato psichico “le rappresentazioni costitutive dell’Io e delle sue funzioni” (Didier Azieu, L’Io-pelle), è grazie ad essa che la coscienza si fa carne, si radica in un corpo.

Da un lato, la pelle è un vallo, una frontiera munita che ci protegge dalle pulsioni autodistruttive e dagli assalti provenienti dall’esterno; dall’altro, ricoprendosi di rughe, fa le veci della coscienza; ci costringe a percepirci per quello che siamo: creature fragili, limitate, contingenti. Sia come sia, se il rapporto col mondo è una questione di pelle, non sorprende che Danilo Quintarelli, in questa sua ricerca sulle evoluzioni dell’Aranciera di Villa Borghese, il palazzo che attualmente ospita il Museo Carlo Bilotti di Roma, abbia deciso di concentrarsi, più che sulle strutture imponenti, sulle stratificazioni di intonaco dei muri: sono proprio queste ultime La pelle del tempo, la memoria concreta dei trascorsi dell’edificio, dai fasti del passato alle macerie della guerra. Il suo stato, la sua condizione transeunte, si legge in controluce nei dipinti dell’artista, che non mirano a una rappresentazione oggettiva di questo o quel dettaglio fisico; sono lavori informali in cui l’astrazione delle linee e il dominio del colore alludono a un “altro” interiore, a quella componente primordiale messa a tacere dagli interventi umani. Non a caso, gli ambienti che maggiormente hanno suggestionato Danilo sono i bassi del palazzo, una zona non aperta alle visite che ha subìto pochissime modifiche e quindi mostra, sulle sue solide pietre, un’energia nativa.

Polverosi, ruvidi, graffiati – la dominante rossa rimanda a sangue rappreso – i colori sovrapposti del pittore sono altrettanti inviti allo scavo; un approfondimento che, nel video realizzato in collaborazione col videoartista Andrea Maioli (Kanaka Studio), diventa ariosa proiezione nel futuro: lo spazio si converte in tempo, superando ogni costrutto artificiale. Del resto, come sosteneva Didi-Hubermann nel suo commento a Il capolavoro sconosciuto di Balzac, l’arte, per guadagnare un “corpo”, dovrà fregiarsi “della virtù interstiziale della pelle”. Dovrà mutarsi in superficie “viva, porosa, irrigata, calda”. Dovrà essere consistente e liquida, mutevole e sfrangiata. Dovrà celare, nell’abisso dell’Informe, la levità dell’Assoluto. Andrea Guastella

Senza la pelle non c’è corpo. È quest’organo plastico e sottile a individuarci, a tracciare i nostri confini nello spazio. Come ha scritto David Le Breton, “la pelle incarna la persona, distinguendola dagli altri; la sua consistenza, il colore, le cicatrici e le sue peculiarità (come i nei, ad esempio) disegnano un paesaggio unico”.

Tale paesaggio cambia con il tempo. Sottoposta alle insidie dell’età, e dell’ambiente in cui viviamo, la pelle è la protagonista di una metamorfosi invisibile a occhio nudo almeno quanto irreversibile e costante. Simile a un archivio, conserva le tracce della storia personale; “è come un palinsesto”, prosegue Le Breton, “di cui soltanto l’individuo possiede la cifra”. E non è tutto: fornendo all’apparato psichico “le rappresentazioni costitutive dell’Io e delle sue funzioni” (Didier Azieu, L’Io-pelle), è grazie ad essa che la coscienza si fa carne, si radica in un corpo.

Da un lato, la pelle è un vallo, una frontiera munita che ci protegge dalle pulsioni autodistruttive e dagli assalti provenienti dall’esterno; dall’altro, ricoprendosi di rughe, fa le veci della coscienza; ci costringe a percepirci per quello che siamo: creature fragili, limitate, contingenti. Sia come sia, se il rapporto col mondo è una questione di pelle, non sorprende che Danilo Quintarelli, in questa sua ricerca sulle evoluzioni dell’Aranciera di Villa Borghese, il palazzo che attualmente ospita il Museo Carlo Bilotti di Roma, abbia deciso di concentrarsi, più che sulle strutture imponenti, sulle stratificazioni di intonaco dei muri: sono proprio queste ultime La pelle del tempo, la memoria concreta dei trascorsi dell’edificio, dai fasti del passato alle macerie della guerra. Il suo stato, la sua condizione transeunte, si legge in controluce nei dipinti dell’artista, che non mirano a una rappresentazione oggettiva di questo o quel dettaglio fisico; sono lavori informali in cui l’astrazione delle linee e il dominio del colore alludono a un “altro” interiore, a quella componente primordiale messa a tacere dagli interventi umani. Non a caso, gli ambienti che maggiormente hanno suggestionato Danilo sono i bassi del palazzo, una zona non aperta alle visite che ha subìto pochissime modifiche e quindi mostra, sulle sue solide pietre, un’energia nativa.

Polverosi, ruvidi, graffiati – la dominante rossa rimanda a sangue rappreso – i colori sovrapposti del pittore sono altrettanti inviti allo scavo; un approfondimento che, nel video realizzato in collaborazione col videoartista Andrea Maioli (Kanaka Studio), diventa ariosa proiezione nel futuro: lo spazio si converte in tempo, superando ogni costrutto artificiale. Del resto, come sosteneva Didi-Hubermann nel suo commento a Il capolavoro sconosciuto di Balzac, l’arte, per guadagnare un “corpo”, dovrà fregiarsi “della virtù interstiziale della pelle”. Dovrà mutarsi in superficie “viva, porosa, irrigata, calda”. Dovrà essere consistente e liquida, mutevole e sfrangiata. Dovrà celare, nell’abisso dell’Informe, la levità dell’Assoluto. Andrea Guastella

Intervista all'artista Danilo Quintarelli



Indagatore dell’inconscio A margine della sua personale La pelle del tempo al Museo Carlo Bilotti di Roma, incontriamo Danilo Quintarelli, indagatore dell’inconscio. L’artista di Avellino, ma romano di adozione, ha immaginato la mostra come una vera e propria installazione: un’azione sospesa tra reale e virtuale in cui ogni elemento invita a riflettere sul passato e sul futuro del palazzo in cui la mostra ha luogo. Ne La pelle del tempo le numerose trasformazioni subite dall’Aranciera di Villa Borghese nel corso dei secoli sono infatti evocate da una serie di dipinti che ricalcano le sovrapposizioni delle superfici murarie, la “pelle” della struttura architettonica, e da un video realizzato a quattro mani col videoartista Andrea Maioli (Kanaka Studio) che ripercorre, sulla base di alcune foto di Quintarelli, le evoluzioni surreali di un grumo di colori.

Parliamo un po’ delle tue origini, della tua città natale. Sono nato ad Avellino, una città dove si è conservato un approccio alla quotidianità molto lento, una calma riflessiva alla quale bisogna essere inclinati e che soprattutto va saputa gestire. Tale dimensione come di attesa può essere di sprono, regalarti quella scintilla che ti consentirà di dare forma alle tue ambizioni, oppure inghiottirti e tenerti incatenato all’umidità delle tue ansie e delle tue paure.

Tu quando e come hai iniziato a dedicarti all’arte? Quando frequentavo il Liceo Scientifico, un mio compagno di classe mi coinvolse nelle sue attività di writing, facendomi appassionare. Iniziai con disegni e bozze di lettering, poi mi diedi ai murales. Non posso dire di essere stato un artista “di strada” coi fiocchi, non mi sono impegnato a sufficienza, ma è grazie al writing che ho compreso quanto l’arte possa essere potente, nei suoi risvolti curativi e sociali. Seguì, durante i primi anni di Università, un periodo di “fermo” creativo, in cui i miei interessi si spostarono sulla fotografia. Dopo aver frequentato Ingegneria, mi iscrissi all’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove mi accostai, finalmente in modo serio e sistematico, alla fotografia, raccogliendo gli elementi teorici e concettuali che, a tutti gli effetti, sono la base della mia ricerca artistica attuale.

L’artista è sempre un uomo che guarda. E che invita a guardare. Ci sono state “apparizioni” che hanno cambiato radicalmente la tua visione del mondo? Assolutamente sì! Devi sapere che, ad Avellino, abitavo all’ultimo piano di un palazzo che soffriva di infiltrazioni dal tetto; il risultato erano vaste macchie di muffa, che riempivano il soffitto. Durante la mia infanzia e adolescenza, trascorrevo ore ed ore ad osservare quelle macchie e a perdermi negli infiniti mondi che mi offrivano. Vi cercavo immagini familiari, personaggi di un’intricata storia o semplicemente figure buffe. Mi ha sempre affascinato la tendenza del nostro cervello ad associare a forme indefinite immagini appartenenti alla nostra esperienza. Di tali argomenti mi occupai approfonditamente in periodo accademico studiando Psicologia della Forma e la Teoria della Gestalt.

Seguivi, senza saperlo, la lezione di Leonardo, il quale, nel suo Trattato della pittura, cercando un “modo d’aumentare e destare l’ingegno a varie invenzioni”, invitava il pittore a guardare “in alcuni muri imbrattati di varie macchie o in pietre di vari misti. Se avrai a invenzionare qualche sito”, proseguiva, “potrai lì vedere similitudini di diversi paesi, ornati di montagne, fiumi, sassi, alberi, pianure grandi, valli e colli in diversi modi; ancora vi potrai vedere diverso battaglie ed atti pronti di figure strane, arie di volti ed abiti ed infinite cose, le quali tu potrai ridurre in integra e buona forma; che interviene in simili muri e misti, come del suono delle campane, che ne’ loro tocchi vi troverai ogni nome e vocabolo che tu t’immaginerai”. Tutt’ora, quando guardo le macchie, i buchi, le crepe e le erosioni dei muri vi cerco i personaggi e le ambientazioni delle mie storie. Probabilmente questo modo di guardare “leonardesco” ha condizionato il mio approccio al mondo e alla considerazione che ho di esso.

L’arte è anche dialogo con altri artisti: arriva sempre un momento in cui le macchie sul muro sono loro. I primi che mi vengono in mente sono tutti i Surrealisti, Alberto Burri, Antoine D’Agata, Francis Bacon e Mark Rothko. Ognuno di essi ha in qualche modo influenzato il mio approccio. Il pensiero surrealista ha sicuramente dato il via al mio interesse per il mondo dell’irrazionale e dell’inconscio: ancora oggi scrivo utilizzando la tecnica surrealista della scrittura automatica. Antonine D’Agata e Francis Bacon sono accomunati da un’estetica che trova origine nelle miserie umane, un elemento molto vicino alla mia fotografia che, non a caso, ricorda molto il lavoro dei due artisti, pur avendo fondamenta concettuali molto diverse. Anche Alberto Burri, per la matericità delle sue opere e i materiali poveri che adopera, ha indirizzato in modo evidente la mia ricerca. Che dire poi di Rothko, che forse tra tutti è quello che più mi ha incoraggiato. Quando ho studiato Rothko, ho scoperto che eravamo accomunati dalla stessa concezione dell’opera d’arte: essa è infatti la soglia che permette a chi le si accosta di accedere ad una dimensione più alta, dove cadono le maschere e la sincerità regna.

Un minimo comun denominatore tra personalità soltanto all’apparenza così diverse e inconciliabili potrebbe essere l’interesse per l’inconscio che attribuisci all’influenza surrealista. Tirare le linee di una figura può circoscrivere il suo significato all’interno dei nostri confini razionali. Le figure dei miei quadri sono personaggi senza contorni il cui significato non ha limiti.

C’è una rassegna che hai visitato che ricordi con particolare intensità? Tra le manifestazioni che più mi hanno segnato c’è sicuramente una mostra del fotografo Luciano D’Alessandro. Quella rassegna venne organizzata nel Carcere Borbonico, struttura storica della mia città natale. Ricordo che passeggiavo nel cortile ed ero circondato da giovani fotografi, o aspiranti tali, che facevano a gara a chi avesse la macchina fotografica più tecnologica e lussuosa; in altre parole, si facevano belli con poco. Ricordo perfettamente la sensazione di disagio che provavo nello stare lì, circondato da tanta superficialità. Attirò la mia attenzione un signore anziano seduto su una panchina che, con grande eleganza e semplicità, chiacchierava con una giovane ragazza; quella persona anziana era Luciano D’Alessandro. In quel momento mi fu chiaro come la vera grandezza risiedesse nell’umiltà.

Sottile il confine tra la vita e l’arte, che del resto non è la tua sola occupazione. Potresti descrivermi la tua giornata-tipo? La mia vita lavorativa si divide tra due mondi: la filatelia e l’arte. Attualmente collaboro con diverse aziende nelle quali gestisco la parte tecnica relativa alla catalogazione e valutazione del materiale destinato alla vendita. Un lavoro dove precisione e conoscenza sono tutto. Questa realtà si va a scontrare inevitabilmente con la mia attività artistica, che invece si basa sull’imprecisione e sull’imprevedibilità. Sono un perfezionista e il mio approccio all’arte è una terapia d’urto per tenere a bada la costante ricerca di una perfezione che non esiste, se non nella mia mente. Mi ritrovo così a lavorare di giorno con la razionalità e di notte con l’istintività. Credi che il tuo interesse “scientifico” per la filatelia abbia influenzato in senso oppositivo il tuo lavoro artistico? Filatelia ed arte sono due elementi che porto con me dacché ho memoria, si sono plasmati e determinati a vicenda; un po’ come succede con le stratificazioni di pigmento che compongono i miei quadri: stabilire il confine tra l’una e l’altra è, il più delle volte, un’impresa disperata.

Hai dei riti particolari quando fotografi o dipingi? Quando dipingo c’è una cosa che amo fare: ad ogni “passaggio” appendo il quadro al muro, prendo una piccola sedia e la posiziono a circa tre metri dalla parete, mi siedo e mi fermo ad osservare. Resto lì ore e ore, facendo quello che facevo da bambino quando, nella muffa, cercavo i personaggi delle mie storie. Mi perdo in altre dimensioni per poi ritornare sulla sedia e ricominciare a lavorare.

Qual è il tuo rapporto con l’imprevisto e con l’errore? Il concetto di “errore” è un costrutto legato ai concetti di “giusto” e “sbagliato” ed ha valore solo ed esclusivamente in una dimensione razionale. In un approccio come il mio, può esistere errore solo nel momento in cui cado nel tranello del raziocinio, dando un giudizio a quello che sto facendo. La parte più difficile del mio lavoro è accettare ciò che viene senza esprimere un giudizio.

Le tue opere, ha scritto Penelope Filacchione in margine a Morfogenesi, la tua penultima mostra, “sembrano svilupparsi da sole, quasi senza l’intervento dell’artista che si rende parte del processo dando l’avvio ad esso con poche azioni misurate e poi ne guida con cautela lo sviluppo”. Immagino tu concordi a pieno con tale interpretazione. Assolutamente sì. Nel procedimento che utilizzo, l’artista ha il solo compito di seguire ogni cosa nel suo manifestarsi e nel suo fluire, stando molto attento a non alterare in modo razionale ciò che accade. 

Ma come fai a capire, in tale contesto di perpetuo divenire, quando un lavoro è finito? Mi rendo conto che la domanda sorge spontanea: in un procedimento che vuole escludere la razionalità, come si fa a “decidere” quando fermarsi? La sovrapposizione dei diversi strati di pigmento implica, ad ogni passaggio, la fatidica domanda: è giunta l’ora? Ogni sovrapposizione “cancella” o altera quello che qualche minuto prima mi aveva emozionato e poteva essere, in potenza, un risultato convincente. Confesso che non è sempre facile passare allo “strato” successivo, ma anche questo fa parte del procedimento e devo accettarlo. È l’opera stessa a dirmi quando fermarmi: l’equilibrio compositivo è l’elemento che segna l’ultimo strato.

Nella tua pittura, cito ancora la Filacchione, “infiniti strati di carta, pigmenti, acqua, colla, posti sulla tela con azioni lungamente meditate creano delicati passaggi di piani, sfumature, forme astratte”. Mi parli della fisicità nel tuo lavoro? Ci tengo anzitutto a dirti che si tratta di un lavoro dove ti sporchi tanto le mani, e non solo! Utilizzando pigmenti in polvere in grande quantità, devo stare attentissimo a non inalarli; perciò indosso una maschera, con dei filtri specifici. È un procedimento molto lento e minuzioso, e per minuzioso intendo che procede per step molto piccoli. Le tele vengono maltrattate e le superfici continuamente spaccate o strappate. Si entra in un rapporto molto stretto con l’opera che, letteralmente, prende forma tra le mie mani senza che io abbia la possibilità di decidere quale sarà il risultato finale: una “morfogenesi” automatica “accudita” dall’artista.

L’Informale, cui la tua pittura si ispira, si è sviluppato in un mondo di macerie, devastato dalla guerra. Un mondo, a ben vedere, non troppo diverso da quello in cui viviamo. La guerra è un evento terribile che troppo facilmente sta diventando consuetudine. La cosa che più mi spaventa è la disumanizzazione delle persone. Un mondo senza empatia e umanità è un mondo finito. Per come la vedo io, le persone sono troppo “distratte”, e questa distrazione le sta allontanando da loro stesse, inducendole a perdere familiarità coi propri sentimenti. Ed è qui che l’arte acquisisce un valore educativo. L’approccio all’opera che immagino va a stimolare proprio questo aspetto: invita chi la fruisce a compiere un viaggio nel proprio inconscio, ritrovandosi a stretto contatto con le proprie emozioni. In quel luogo non esiste distrazione: ci sei solo tu e tutto quello che, di solito, non racconti neppure a te stesso. 

Ritieni gli artisti in grado di incidere, positivamente, sul reale? Stiamo procedendo a grandi passi verso un mondo dominato dall’Intelligenza Artificiale nel quale le persone sono destinate a perdere sempre di più le loro facoltà empatiche e le loro abilità manuali: la tecnica non è più al servizio dell’uomo, ma l’uomo al servizio della tecnica. L’arte, costringendoti a confrontarti con la materia e il sentimento, rappresenta un’ancora di salvezza – una delle ultime rimaste – per le prossime generazioni.

In che senso l’opera d’arte, come hai dichiarato in un’intervista a Elisa Giammarino e Veronica Di Furia, è per te “un posto sicuro”? La mia ricerca è anzitutto un percorso personale nella tortuosa strada verso la conoscenza di me stesso. Più in generale vedo il mio lavoro come una missione il cui obiettivo è regalare, a chi vorrà fare un percorso simile al mio, la chiave per un approccio all’arte “diverso”, dove è il fruitore stesso, tramite l’opera, a generare significato. Un approccio proiettivo e allo stesso tempo introspettivo tramite il quale è davvero possibile indagare il proprio inconscio. Come in un sogno ad occhi aperti, nelle mie opere il fruitore è sospeso in una bolla di intimità dove non esiste giudizio e tutto fluisce liberamente. Un posto sicuro.

In questo tuo “percorso” dalla fotografia sei passato alla pittura. Il passaggio successivo sarà il video, come lascia intuire il lavoro realizzato a quattro mani per La pelle del tempo con Andrea Maioli di Kanaka Studio?  La videoarte è un mondo che ho indagato solo nel periodo accademico ma su cui ho molto spesso riflettuto. Il potenziale del video è enorme; tuttavia, non saprei proprio come utilizzarlo per produrre un’opera “istintiva”. Volente o nolente ci si ritrova a fare i conti con riprese, montaggio luci e tante altre azioni che non è davvero possibile svincolare dalla razionalità. Però... Mai dire mai!

Mi avvio alla conclusione. Qual è il tuo atteggiamento verso lo spirituale, il trascendente? La spiritualità è il perno attorno al quale tutto ruota ed acquisisce valore. Il processo artistico stesso è per me un avvento spirituale, in grado di elevarmi e di mettermi in contatto con quella parte di me che più è vicina al divino.

Cosa ti aspetti dal futuro? Di continuare i miei progetti, rendendoli sempre più grandi ed importanti. Vorrei esporre all’estero per far conoscere e divulgare il più possibile la mia visione dell’arte. Sono aperto a tutte le infinite possibilità che il futuro mi riserva.

a cura di Andrea Guastella.

Intervista all'artista Danilo Quintarelli



Indagatore dell’inconscio A margine della sua personale La pelle del tempo al Museo Carlo Bilotti di Roma, incontriamo Danilo Quintarelli, indagatore dell’inconscio. L’artista di Avellino, ma romano di adozione, ha immaginato la mostra come una vera e propria installazione: un’azione sospesa tra reale e virtuale in cui ogni elemento invita a riflettere sul passato e sul futuro del palazzo in cui la mostra ha luogo. Ne La pelle del tempo le numerose trasformazioni subite dall’Aranciera di Villa Borghese nel corso dei secoli sono infatti evocate da una serie di dipinti che ricalcano le sovrapposizioni delle superfici murarie, la “pelle” della struttura architettonica, e da un video realizzato a quattro mani col videoartista Andrea Maioli (Kanaka Studio) che ripercorre, sulla base di alcune foto di Quintarelli, le evoluzioni surreali di un grumo di colori.

Parliamo un po’ delle tue origini, della tua città natale. Sono nato ad Avellino, una città dove si è conservato un approccio alla quotidianità molto lento, una calma riflessiva alla quale bisogna essere inclinati e che soprattutto va saputa gestire. Tale dimensione come di attesa può essere di sprono, regalarti quella scintilla che ti consentirà di dare forma alle tue ambizioni, oppure inghiottirti e tenerti incatenato all’umidità delle tue ansie e delle tue paure.

Tu quando e come hai iniziato a dedicarti all’arte? Quando frequentavo il Liceo Scientifico, un mio compagno di classe mi coinvolse nelle sue attività di writing, facendomi appassionare. Iniziai con disegni e bozze di lettering, poi mi diedi ai murales. Non posso dire di essere stato un artista “di strada” coi fiocchi, non mi sono impegnato a sufficienza, ma è grazie al writing che ho compreso quanto l’arte possa essere potente, nei suoi risvolti curativi e sociali. Seguì, durante i primi anni di Università, un periodo di “fermo” creativo, in cui i miei interessi si spostarono sulla fotografia. Dopo aver frequentato Ingegneria, mi iscrissi all’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove mi accostai, finalmente in modo serio e sistematico, alla fotografia, raccogliendo gli elementi teorici e concettuali che, a tutti gli effetti, sono la base della mia ricerca artistica attuale.

L’artista è sempre un uomo che guarda. E che invita a guardare. Ci sono state “apparizioni” che hanno cambiato radicalmente la tua visione del mondo? Assolutamente sì! Devi sapere che, ad Avellino, abitavo all’ultimo piano di un palazzo che soffriva di infiltrazioni dal tetto; il risultato erano vaste macchie di muffa, che riempivano il soffitto. Durante la mia infanzia e adolescenza, trascorrevo ore ed ore ad osservare quelle macchie e a perdermi negli infiniti mondi che mi offrivano. Vi cercavo immagini familiari, personaggi di un’intricata storia o semplicemente figure buffe. Mi ha sempre affascinato la tendenza del nostro cervello ad associare a forme indefinite immagini appartenenti alla nostra esperienza. Di tali argomenti mi occupai approfonditamente in periodo accademico studiando Psicologia della Forma e la Teoria della Gestalt.

Seguivi, senza saperlo, la lezione di Leonardo, il quale, nel suo Trattato della pittura, cercando un “modo d’aumentare e destare l’ingegno a varie invenzioni”, invitava il pittore a guardare “in alcuni muri imbrattati di varie macchie o in pietre di vari misti. Se avrai a invenzionare qualche sito”, proseguiva, “potrai lì vedere similitudini di diversi paesi, ornati di montagne, fiumi, sassi, alberi, pianure grandi, valli e colli in diversi modi; ancora vi potrai vedere diverso battaglie ed atti pronti di figure strane, arie di volti ed abiti ed infinite cose, le quali tu potrai ridurre in integra e buona forma; che interviene in simili muri e misti, come del suono delle campane, che ne’ loro tocchi vi troverai ogni nome e vocabolo che tu t’immaginerai”. Tutt’ora, quando guardo le macchie, i buchi, le crepe e le erosioni dei muri vi cerco i personaggi e le ambientazioni delle mie storie. Probabilmente questo modo di guardare “leonardesco” ha condizionato il mio approccio al mondo e alla considerazione che ho di esso.

L’arte è anche dialogo con altri artisti: arriva sempre un momento in cui le macchie sul muro sono loro. I primi che mi vengono in mente sono tutti i Surrealisti, Alberto Burri, Antoine D’Agata, Francis Bacon e Mark Rothko. Ognuno di essi ha in qualche modo influenzato il mio approccio. Il pensiero surrealista ha sicuramente dato il via al mio interesse per il mondo dell’irrazionale e dell’inconscio: ancora oggi scrivo utilizzando la tecnica surrealista della scrittura automatica. Antonine D’Agata e Francis Bacon sono accomunati da un’estetica che trova origine nelle miserie umane, un elemento molto vicino alla mia fotografia che, non a caso, ricorda molto il lavoro dei due artisti, pur avendo fondamenta concettuali molto diverse. Anche Alberto Burri, per la matericità delle sue opere e i materiali poveri che adopera, ha indirizzato in modo evidente la mia ricerca. Che dire poi di Rothko, che forse tra tutti è quello che più mi ha incoraggiato. Quando ho studiato Rothko, ho scoperto che eravamo accomunati dalla stessa concezione dell’opera d’arte: essa è infatti la soglia che permette a chi le si accosta di accedere ad una dimensione più alta, dove cadono le maschere e la sincerità regna.

Un minimo comun denominatore tra personalità soltanto all’apparenza così diverse e inconciliabili potrebbe essere l’interesse per l’inconscio che attribuisci all’influenza surrealista. Tirare le linee di una figura può circoscrivere il suo significato all’interno dei nostri confini razionali. Le figure dei miei quadri sono personaggi senza contorni il cui significato non ha limiti.

C’è una rassegna che hai visitato che ricordi con particolare intensità? Tra le manifestazioni che più mi hanno segnato c’è sicuramente una mostra del fotografo Luciano D’Alessandro. Quella rassegna venne organizzata nel Carcere Borbonico, struttura storica della mia città natale. Ricordo che passeggiavo nel cortile ed ero circondato da giovani fotografi, o aspiranti tali, che facevano a gara a chi avesse la macchina fotografica più tecnologica e lussuosa; in altre parole, si facevano belli con poco. Ricordo perfettamente la sensazione di disagio che provavo nello stare lì, circondato da tanta superficialità. Attirò la mia attenzione un signore anziano seduto su una panchina che, con grande eleganza e semplicità, chiacchierava con una giovane ragazza; quella persona anziana era Luciano D’Alessandro. In quel momento mi fu chiaro come la vera grandezza risiedesse nell’umiltà.

Sottile il confine tra la vita e l’arte, che del resto non è la tua sola occupazione. Potresti descrivermi la tua giornata-tipo? La mia vita lavorativa si divide tra due mondi: la filatelia e l’arte. Attualmente collaboro con diverse aziende nelle quali gestisco la parte tecnica relativa alla catalogazione e valutazione del materiale destinato alla vendita. Un lavoro dove precisione e conoscenza sono tutto. Questa realtà si va a scontrare inevitabilmente con la mia attività artistica, che invece si basa sull’imprecisione e sull’imprevedibilità. Sono un perfezionista e il mio approccio all’arte è una terapia d’urto per tenere a bada la costante ricerca di una perfezione che non esiste, se non nella mia mente. Mi ritrovo così a lavorare di giorno con la razionalità e di notte con l’istintività. Credi che il tuo interesse “scientifico” per la filatelia abbia influenzato in senso oppositivo il tuo lavoro artistico? Filatelia ed arte sono due elementi che porto con me dacché ho memoria, si sono plasmati e determinati a vicenda; un po’ come succede con le stratificazioni di pigmento che compongono i miei quadri: stabilire il confine tra l’una e l’altra è, il più delle volte, un’impresa disperata.

Hai dei riti particolari quando fotografi o dipingi? Quando dipingo c’è una cosa che amo fare: ad ogni “passaggio” appendo il quadro al muro, prendo una piccola sedia e la posiziono a circa tre metri dalla parete, mi siedo e mi fermo ad osservare. Resto lì ore e ore, facendo quello che facevo da bambino quando, nella muffa, cercavo i personaggi delle mie storie. Mi perdo in altre dimensioni per poi ritornare sulla sedia e ricominciare a lavorare.

Qual è il tuo rapporto con l’imprevisto e con l’errore? Il concetto di “errore” è un costrutto legato ai concetti di “giusto” e “sbagliato” ed ha valore solo ed esclusivamente in una dimensione razionale. In un approccio come il mio, può esistere errore solo nel momento in cui cado nel tranello del raziocinio, dando un giudizio a quello che sto facendo. La parte più difficile del mio lavoro è accettare ciò che viene senza esprimere un giudizio.

Le tue opere, ha scritto Penelope Filacchione in margine a Morfogenesi, la tua penultima mostra, “sembrano svilupparsi da sole, quasi senza l’intervento dell’artista che si rende parte del processo dando l’avvio ad esso con poche azioni misurate e poi ne guida con cautela lo sviluppo”. Immagino tu concordi a pieno con tale interpretazione. Assolutamente sì. Nel procedimento che utilizzo, l’artista ha il solo compito di seguire ogni cosa nel suo manifestarsi e nel suo fluire, stando molto attento a non alterare in modo razionale ciò che accade. 

Ma come fai a capire, in tale contesto di perpetuo divenire, quando un lavoro è finito? Mi rendo conto che la domanda sorge spontanea: in un procedimento che vuole escludere la razionalità, come si fa a “decidere” quando fermarsi? La sovrapposizione dei diversi strati di pigmento implica, ad ogni passaggio, la fatidica domanda: è giunta l’ora? Ogni sovrapposizione “cancella” o altera quello che qualche minuto prima mi aveva emozionato e poteva essere, in potenza, un risultato convincente. Confesso che non è sempre facile passare allo “strato” successivo, ma anche questo fa parte del procedimento e devo accettarlo. È l’opera stessa a dirmi quando fermarmi: l’equilibrio compositivo è l’elemento che segna l’ultimo strato.

Nella tua pittura, cito ancora la Filacchione, “infiniti strati di carta, pigmenti, acqua, colla, posti sulla tela con azioni lungamente meditate creano delicati passaggi di piani, sfumature, forme astratte”. Mi parli della fisicità nel tuo lavoro? Ci tengo anzitutto a dirti che si tratta di un lavoro dove ti sporchi tanto le mani, e non solo! Utilizzando pigmenti in polvere in grande quantità, devo stare attentissimo a non inalarli; perciò indosso una maschera, con dei filtri specifici. È un procedimento molto lento e minuzioso, e per minuzioso intendo che procede per step molto piccoli. Le tele vengono maltrattate e le superfici continuamente spaccate o strappate. Si entra in un rapporto molto stretto con l’opera che, letteralmente, prende forma tra le mie mani senza che io abbia la possibilità di decidere quale sarà il risultato finale: una “morfogenesi” automatica “accudita” dall’artista.

L’Informale, cui la tua pittura si ispira, si è sviluppato in un mondo di macerie, devastato dalla guerra. Un mondo, a ben vedere, non troppo diverso da quello in cui viviamo. La guerra è un evento terribile che troppo facilmente sta diventando consuetudine. La cosa che più mi spaventa è la disumanizzazione delle persone. Un mondo senza empatia e umanità è un mondo finito. Per come la vedo io, le persone sono troppo “distratte”, e questa distrazione le sta allontanando da loro stesse, inducendole a perdere familiarità coi propri sentimenti. Ed è qui che l’arte acquisisce un valore educativo. L’approccio all’opera che immagino va a stimolare proprio questo aspetto: invita chi la fruisce a compiere un viaggio nel proprio inconscio, ritrovandosi a stretto contatto con le proprie emozioni. In quel luogo non esiste distrazione: ci sei solo tu e tutto quello che, di solito, non racconti neppure a te stesso. 

Ritieni gli artisti in grado di incidere, positivamente, sul reale? Stiamo procedendo a grandi passi verso un mondo dominato dall’Intelligenza Artificiale nel quale le persone sono destinate a perdere sempre di più le loro facoltà empatiche e le loro abilità manuali: la tecnica non è più al servizio dell’uomo, ma l’uomo al servizio della tecnica. L’arte, costringendoti a confrontarti con la materia e il sentimento, rappresenta un’ancora di salvezza – una delle ultime rimaste – per le prossime generazioni.

In che senso l’opera d’arte, come hai dichiarato in un’intervista a Elisa Giammarino e Veronica Di Furia, è per te “un posto sicuro”? La mia ricerca è anzitutto un percorso personale nella tortuosa strada verso la conoscenza di me stesso. Più in generale vedo il mio lavoro come una missione il cui obiettivo è regalare, a chi vorrà fare un percorso simile al mio, la chiave per un approccio all’arte “diverso”, dove è il fruitore stesso, tramite l’opera, a generare significato. Un approccio proiettivo e allo stesso tempo introspettivo tramite il quale è davvero possibile indagare il proprio inconscio. Come in un sogno ad occhi aperti, nelle mie opere il fruitore è sospeso in una bolla di intimità dove non esiste giudizio e tutto fluisce liberamente. Un posto sicuro.

In questo tuo “percorso” dalla fotografia sei passato alla pittura. Il passaggio successivo sarà il video, come lascia intuire il lavoro realizzato a quattro mani per La pelle del tempo con Andrea Maioli di Kanaka Studio?  La videoarte è un mondo che ho indagato solo nel periodo accademico ma su cui ho molto spesso riflettuto. Il potenziale del video è enorme; tuttavia, non saprei proprio come utilizzarlo per produrre un’opera “istintiva”. Volente o nolente ci si ritrova a fare i conti con riprese, montaggio luci e tante altre azioni che non è davvero possibile svincolare dalla razionalità. Però... Mai dire mai!

Mi avvio alla conclusione. Qual è il tuo atteggiamento verso lo spirituale, il trascendente? La spiritualità è il perno attorno al quale tutto ruota ed acquisisce valore. Il processo artistico stesso è per me un avvento spirituale, in grado di elevarmi e di mettermi in contatto con quella parte di me che più è vicina al divino.

Cosa ti aspetti dal futuro? Di continuare i miei progetti, rendendoli sempre più grandi ed importanti. Vorrei esporre all’estero per far conoscere e divulgare il più possibile la mia visione dell’arte. Sono aperto a tutte le infinite possibilità che il futuro mi riserva.

a cura di Andrea Guastella.